I Misteri di Mondovì - I Ligures (5000 - 1000 AC)

Il Piemonte è considerato un luogo privilegiato dell’esoterismo. La prima civiltà che vi sorge, quella dei Ligures, che oggi danno il nome alla vicina regione marittima, sono uno dei più antichi popoli europei.

Fonti autorevoli greche, come il poeta Esiodo (VIII-VII secolo a.C.), li definivano espressamente come i principali e più antichi abitanti dell'Occidente, inserendoli tra le grandi potenze del mondo allora conosciuto, databili secondo le proiezioni più remote dal 5000-4000 a.C., ovvero fin dall'inizio dell'Età astrologica del Toro.

Gli altri due grandi popoli che, insieme ai Liguri, completavano la triade dei grandi popoli posti ai confini del mondo conosciuto (Oikoumene) secondo il frammento del poeta greco Esiodo, sono gli Sciti a est, gli Etiopi a sud, che controllavano rispettivamente l'Asia Minore e l'Africa. 

La tesi più accreditata è che si trattasse di una popolazione autoctona pre-indoeuropea, ossia i discendenti diretti dei cacciatori-raccoglitori del Mesolitico e dei primi agricoltori del Neolitico, stabilitisi in queste terre ben prima delle grandi migrazioni celtiche o italiche.

L'area della Grande Liguria antica occupava un territorio vastissimo dell'Europa sud-occidentale, molto più ampio rispetto all'attuale regione italiana. Al culmine della loro espansione, i Liguri abitavano un bacino continuo che comprendeva  l'intera Liguria odierna, il Piemonte (a sud del fiume Po), la Lombardia sud-occidentale (Oltrepò Pavese), l'Emilia occidentale (le zone montuose del Piacentino e Parmense), e la Toscana nord-occidentale (la Lunigiana e l'area delle Alpi Apuane). In Francia, tutta la costa meridionale (la Provenza) fino alla foce del fiume Rodano e, secondo le fonti più antiche, lembi della costa mediterranea della penisola iberica.

Il fulcro iniziale di questa civiltà sarebbe stata la Provenza, la Gallia Narbonense (poi appunto provincia romana, da cui il nome), dove il popolo degli Elycisi avrebbe creato una prima organizzazione e espansione. L'area provenzale del resto sarebbe stata sempre legata a filo doppio al Piemonte proprio per tramite delle comuni "montagne sacre".

Il sistema sacrale dei Ligures era vasto e complesso, ma di difficile ricostruzione dato che il popolo apparentemente non praticava la scrittura. Il fulcro della devozione si collega col nome - tardo - della regione Piemonte, in quanto "ai piedi dei monti": infatti la principale divinità dei Ligures erano appunto le montagne divinizzate.

GLI DEI DELLA MONTAGNA

ll Monte Bego era considerato la personificazione stessa del dio del tuono, dei fulmini e delle tempeste (spesso assimilato al dio celtico Taranis o alle prime forme di Belenus). La montagna, costantemente colpita da fulmini per via della forte presenza di minerali ferrosi nelle rocce, era letteralmente "il Dio", considerato il vero cuore spirituale dell'antico popolo ligure. Le rocce levigate dai ghiacciai venivano venerate come altari dedicati al culto del sole, dell'acqua e del toro.

Il Monte Beigua (Appennino Ligure) prende anch'esso il nome dal dio primordiale Baginus (o Baigus). Sulla sua sommità e lungo le pendici si trovano rocce incise con coppelle (piccole cavità emisferiche) e canalette utilizzate per raccogliere l'acqua piovana o il sangue dei sacrifici a scopo rituale. Vi è stata ritrovata anche una testa di ariete sbozzata nell'arenaria.

Il dio Penninus (chiamato anche Penn o Pen) era la principale divinità maschile degli antichi Liguri e delle successive popolazioni celto-liguri. Incarnava lo spirito supremo delle montagne, dei valichi e delle vette più elevate.

Fu poi sovrapposto a Zeus e Giove; Dalla sua radice derivano direttamente i nomi della catena degli Appennini, delle Alpi Pennine, del Monte Penna e di vette minori come il Monte Pennello. (un tempo associati a una falsa etimologia dall'egizio Api). Il nome deriva dalla radice pre-indoeuropea e ligure *pen (o ben), che significa letteralmente "cima", "altura" o "estremità scoscesa".

Penninus non era solo il signore delle cime, ma il custode dei passi montani, considerati luoghi sacri e transizioni pericolose. I viandanti, i pastori e i commercianti lo invocavano per ottenere un passaggio sicuro attraverso le gole e i dirupi. Una prima, divina “signoria di passo” come sarà poi quella dei Savoia.

Come la montagna stessa, poteva essere benevolo (garantendo la protezione) o distruttivo (scatenando tempeste e valanghe). Lo storico romano Tito Livio conferma che questa divinità era venerata devotamente sulle vette più alte e impervie dell'arco alpino .

Inizialmente i Liguri non rappresentavano Penninus con sembianze umane. Il simulacro del dio era uno scheggione di roccia isolato, un grande masso appuntito o un ammasso di pietre (menhir o pietre fitte) situato nei punti strategici delle montagne.

Un raro esempio di evoluzione antropomorfa si trova nella Val Ponci (vicino a Finale Ligure). Lì sorge un antico monolite in pietra di circa il 2000 a.C. (noto come Idolo di Penn) in cui, nonostante l'erosione, si intravedono le sembianze di un volto umano sbozzato nella roccia, posto a guardia del sentiero.

Secondo lo scrittore romano Catone il Censore, nelle epoche più arcaiche la divinità era originariamente femminile, nota come Pennina Dea. Rappresentava la terra che si protendeva verso il cielo. Con il tempo e le influenze celtiche dominanti, la figura si è mascolinizzata trasformandosi nel dio guerriero del tuono col rafforzarsi del patriarcato (le donne celto-liguri erano guerriere e fiorivano gli aneddoti sulla loro durezza, come partorire senza interrompere la propria attività di lavoro e di guerra).

Con la conquista romana, Penninus subì il processo di interpretatio Romana. Venne fuso con la massima divinità latina assumendo il nome di Iuppiter Poeninus (Giove Pennino). I Romani eressero in suo onore importanti templi stanziali proprio sui valichi più alti (come il celebre santuario sul Passo del Gran San Bernardo o il Tempio di Giove Appennino alle pendici del Monte Catria).

La culla archeologica del mondo ligure è la Riviera (il sito della Caverna delle Arene Candide a Finale Ligure mostra una continuità stretta dal Neolitico). Da qui, i Liguri iniziarono a penetrare nell'entroterra piemontese seguendo i corridoi naturali offerti dai valichi appenninici e alpini, e soprattutto risalendo i corsi dei fiumi come il Tanaro, la Bormida (che prende il nome dal dio fluviale Bormo) e il Po. Il fiume non era solo una risorsa idrica, ma una vera e propria autostrada commerciale e quindi una divinità da venerare.

I GRAFFITI SACRI DEL MONTE BEGO (5000-1000 AC)

Un reperto archeologico affascinante dell'antico mondo ligure è costituito dalle Statue Stele (meravigliosi esempi si trovano nella Lunigiana o nell'area alpina). Sono monoliti in pietra antropomorfi che raffigurano guerrieri armati di pugnale o figure femminili stilizzate, privi di tratti del volto ma dotati di un'immensa carica sacrale, probabilmente legati al culto degli antenati eroizzati o a divinità protettrici. Per l'archeologo Del Ponte i monoliti sarebbero delle trasposizioni in pianura degli dei montuosi; una tesi che ricalca il modo in cui Ziggurath e Piramidi, a loro volta, svolgevano il ruolo delle montagne sacre in modo simbolico. 

Del resto anche i notevoli sono i graffiti rupestri, dal chiaro valore sacrale, si collegano alle montagne sacre, in primis gli oltre 60.000 presenti sul Monte Bego nella Valle delle Meraviglie.

La Valle delle Meraviglie del Monte Bego contiene inoltre il piu' vasto repertorio di graffiti dei Ligures, dal chiaro valore sacrale. I graffiti preistorici della sua area (la Valle delle Meraviglie) coprono un arco temporale lunghissimo, concentrandosi principalmente tra il Neolitico finale e l'Età del Bronzo antico (circa 5000 a.C. - 1600 a.C.).

Nella fase neolitica, fino al 3000 a.C., dominano le incisioni topografiche, ovvero composizioni geometriche fatte di rettangoli, punti e linee che simulano la divisione dei campi coltivati, i recinti del bestiame e i sentieri d'alta quota, quasi a voler propiziare il possesso della terra

I Cerchi Concentrici e le Ruote Raggiate: Rappresentano il Sole, la divinità che regola le stagioni, fondamentale per le comunità di pastori e agricoltori che frequentavano i pascoli d'alta quota in estate.

Le Spirali: Simbolo del movimento perpetuo, del tempo ciclico, della rigenerazione e del viaggio dell'anima dopo la morte.

Le Coppelle e i Reticoli: Piccole cavità scavate nella roccia unite da canalette. Servivano per raccogliere liquidi sacri (acqua piovana, latte o sangue) durante le libagioni rituali dirette alle divinità della terra

Nella Età del Rame o Calcolitico (ca. 3000 – 2200 a.C.) si ha l'apice quantitativo e artistico del sito. Compaiono le celebri figure di tori e pugnali. I cornuformi (figure geometriche con le corna) celebrano la fertilità e il lavoro agricolo, mentre le armi simboleggiano il potere, il prestigio e il dio guerriero. A questo periodo appartengono figure iconiche come il "Capo Tribù" o lo "Stregone"

Lo "Stregone" (o il Mago) è Una figura umana con le braccia sollevate in posa di preghiera (orante), il cui volto è sostituito da un grande ammasso di corna intrecciate. Rappresenta la fusione tra l'uomo e lo spirito del toro, probabilmente un sacerdote sciamanico durante un rituale.

Il "Capo Tribù" è Un antropomorfo di grandi dimensioni che brandisce un'enorme alabarda sopra la testa. È la divinizzazione del leader guerriero o la rappresentazione del dio delle tempeste che scaglia la folgore (identificata con l'arma sacra, prima pugnale, poi alabarda).

Nella Antica e Media Età del Bronzo (ca. 2200 – 1600 a.C.): Le incisioni continuano a riprodurre armi, ma lo stile si fa via via più schematico e standardizzato. Il simbolo in assoluto più frequente (oltre il 60% delle incisioni) è la rappresentazione schematica di corna bovine. I cornuformi dell'Età del Bronzo diventano estremamente astratti. Si va da semplici "U" o "V" a complesse strutture a reticolo, dove le corna si uniscono a formare recinti o mappe di campi coltivati, a indicare la sottomissione della natura all'uomo.

Con la nascita della metallurgia, le armi acquisiscono un valore sacro e antropologico immenso. Nell'Età del Bronzo non si incidono più i vecchi pugnali in rame del Calcolitico, ma nuove tipologie di armi in lega.

L'alabarda (una lama montata perpendicolarmente a un lungo manico) è il simbolo per eccellenza del potere politico e militare dei capi. Incidere un'alabarda sulla roccia equivaleva a consacrare il prestigio di un guerriero o di una tribù agli dei della montagna.

Con l'avvento dell'Età del Ferro (1000 a.C.), il grande santuario d'altura del Bego viene progressivamente abbandonato dalle tribù liguri come centro di incisione rituale, a differenza di quanto accade in Valcamonica, dove il culto rupestre prosegue fino all'arrivo dei Romani.


IL GRANDE DIO PAN: GLI DEI DELLE FORESTE.


Altre divinità importanti saranno le foreste, in particolare gli alberi di pioppo per i Taurini (presenti nel mito di Fetonte come incarnazioni delle sue sorelle, le Eliadi), il faggio per i Bagienni (che da esso prenderanno nome), associato alla Mater Baginae.

Il concetto stesso di divinità si associa alla parola Baginus. l nome si sviluppa a partire dalla radice indoeuropea *beg o *begos, che significa "Signore Divino" o "potere occulto della natura". In alcune varianti delle antiche lingue alpine, il termine richiamava anche il concetto di "vetta" (bec), così come si associa anche al faggio, Bagus, venerato dai Bagienni.

Verso il 2000 a.C., con l'età del Bronzo e il passaggio alla nuova Età del Capro, l'occupazione del Piemonte da parte dei Ligures diventa sistematica. I Liguri colonizzano le Langhe, il Monferrato e le valli cuneesi. Iniziano a sfruttare le risorse minerarie: le montagne piemontesi erano ricche di pietra verde (come la giadeite del Monviso, usata per asce rituali commerciate in tutta Europa) e di rame. Il culto degli dei montani viene rafforzato dal loro valore minerario.

I LIGURES NELLA STORIOGRAFIA GRECA

Esiodo (VIII secolo a.C.), come visto, considerava il più antico dei popoli e ne parlava come di uno dei tre grandi popoli barbari che dominavano l'estremo Occidente.

Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.): Nelle sue opere geografiche, considerava la città di Marsiglia come un centro ligure e descriveva gli Elísici come una tribù appartenente ai Liguri

Tucidide (V secolo a.C.): Nel descrivere la preistoria della Sicilia, racconta di come i Liguri cacciarono i Sicani dalla penisola iberica

Aristotele (IV secolo a.C.): Nei suoi scritti naturalistici, menziona il fiume Rodano e fa diversi riferimenti all'area geografica e alle caratteristiche della Liguria

Diodoro Siculo (I secolo a.C.): Nelle sue monumentali Bibliotheca Historica, ha lasciato descrizioni dettagliate dei Liguri, elogiando la loro straordinaria tenacia, la forza come guerrieri e il loro impiego come mercenari.

Strabone (I secolo a.C. - I secolo d.C.): Il celebre geografo, nella sua Geografia, cita estesamente i resoconti più antichi (tra cui Esiodo) per mappare il territorio dei Liguri, descrivendo l'estensione del loro popolo tra la Francia meridionale e l'Italia nord-occidentale

Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.): Ne parla nella sua opera sulla storia di Roma, pur ammettendo che l'origine esatta di questo antico popolo fosse avvolta nel mistero

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