I Misteri di Mondovì - La fondazione di Taurasia (300 AC)

A partire dall'Età del Ferro la fisionomia del Piemonte cambia. Verso il 400 AC grandi ondate di popolazioni Celtiche calano dal nord Europa; sono i galli di Brenno che saccheggeranno perfino Roma. Questo flusso migratorio spinse i Liguri a ritirarsi dalle pianure aperte, concentrandosi e arroccandosi nelle vallate alpine e appenniniche vicino alle loro Montagne Sacre (divenendo i Montani Ligures di cui parlavano i romani).


Nelle aree di contatto, invece di combattersi, Liguri e Celti diedero vita a una cultura sincretica (i Celto-Liguri), originando le tribù locali che incontreranno i Romani: i
Bagienni nell'area di Mondovì, e i Taurini nell'area di Torino.

L'antico ligure non concepiva il sacro come qualcosa racchiuso in un tempio chiuso. Per loro, la divinità coincideva con il luogo geografico: un grande albero millenario, una fonte d'acqua termale curativa o una roccia dalla forma insolita. Lo stanziamento in Piemonte avvenne mappando i "luoghi di potere" della regione, lasciando un'eredità spirituale cui i successivi culti (celtici, romani e persino le prime pievi cristiane) si sovrapporranno.


TORINO COME IEROGAMIA FLUVIALE

In questo senso, Torino sorge verso il III secolo AC dalla tribù celtoligure dei Taurini sul luogo di una ierogamia fluviale. Un “matrimonio sacro” tra due opposte linee di energia terrestre, rappresentate dai due fiumi: la Dora, fiume femminile corrispondente al principio “bianco” (albedo), simbolo della Grande Madre, e il Po, fiume maschile e del “principio nero” (nigredo), simbolo appunto del Dio Toro da cui prende il nome la città.


Gli antichi Liguri e i successivi Celti chiamavano il fiume Po come Bodinkos (o Bodencus). Plinio il Vecchio ci tramanda che nella loro lingua questo termine significava "il profondo" o "colui che è senza fondo", a indicare un abisso d'acqua misterioso, profondo e sacro.

Successivamente, il nome divenne Padus. Questa parola deriva dalla radice celtica padi, che indicava la resina o l'albero del pino selvatico (l'albero sacro per eccellenza che cresceva abbondante presso le sue sorgenti sul Monviso). Una devozione boschiva non differente da quella per il pioppo dei Bagienni.

Il Po era venerato come una divinità maschile maestosa. Il suo legame con il Monviso (il "Gigante delle Montagne" da cui sorge) lo connetteva direttamente al cielo. Nei riti celtici, il Po incarnava il principio generatore, la forza legata al fuoco e al Dio Sole.

La parola Dora deriva invece dall'antichissima radice pre-indoeuropea e celtica Dur- o Duria, che significa semplicemente "acqua corrente", "fiume" o "torrente impetuoso". È un nome-archetipo che si ritrova in molti altri fiumi dell'area celtica europea (come la Dordogne in Francia o il Douro in Portogallo).

Se il Po era il padre, la Dora era la madre. Era associata alle divinità femminili dell'acqua, della terra e della luna, come la dea celtica Belisama (legata alle acque lucenti e ai metalli).

Scendendo dalle vette sacre delle Alpi Cozie, la Dora era considerata portatrice di una conoscenza magica e sotterranea. Le sue sponde erano il luogo prediletto dai druidi celtici per la raccolta di erbe sacre.

Questo incrocio creava una "Y" d'acqua, un simbolo celtico potentissimo che rappresentava la scelta, il bivio ma anche all'inverso la sintesi perfetta degli opposti. Fondare Taurasia nei pressi di questa confluenza significava porre la città sotto la protezione dell'equilibrio cosmico.

Questo magnetismo naturale rendeva il sito perfetto per i rituali collettivi di passaggio, come la celebrazione di Beltane (la festa della primavera e del fuoco), dove i giovani amanti si univano per propiziare la fertilità della terra.

Torino nasce dunque non per scopi meramente commerciali, ma come un tempio a cielo aperto protetto dai suoi dèi d'acqua.

Il nome dei celto-liguri Taurini deriva dall'antichissima radice Thor- o Taur-, che nelle lingue pre-indoeuropee e liguri significava "montagna", "roccia" o "altura". .

Quando i Celti (Galli) si fusero con i Liguri dando vita alla cultura celto-ligure, portarono con sé la propria lingua e i propri miti. Avvenne così una straordinaria sovrapposizione linguistica e magica.

I Celto-liguri forse notarono che la radice ligure Taur- somigliava moltissimo alla loro parola per indicare il toro: Tarvos.

Per i Celti il toro era l'animale sacro per eccellenza, simbolo di forza generatrice, fertilità terrestre e foga guerriera (basti pensare al dio celtico Tarvos Trigaranus, il toro dai tre corni). La tribù dei Taurini abbracciò questo sincretismo, trasformando il proprio nome geografico in un nome totemico: non erano più solo i figli delle montagne sacre, ma i "Figli del Toro Sacro". Da quel momento, l'animale divenne il loro emblema protettivo.

Il toro è astrologicamente legato al segno del Toro (governato da Venere, pianeta della bellezza ma anche delle forze sotterranee della Terra) e rappresenta l'elemento Terra nella sua massima potenza.


Nel mito della fondazione egizia di Torino si riconduce al dio toro Api, il toro nero sacro agli egizi, che simboleggiava la rinascita e il passaggio delle anime. La città, collocata geograficamente a Occidente (dove tramonta il sole), avrevve assunto così così il ruolo di "Città del Toro Guardiano", posta a difesa delle porte dell'Oltretomba e dei segreti della notte, ma anche, tramite la corona delle montagne, difesa dell'Italia per i Romani durante il periodo della loro dominazione.


Il mito della fondazione egizia di Torino sorge con forza nella seconda metà del XVI secolo (precisamente a partire dal 1563). Si tratta come a breve diremo di un'operazione propagandistica e letteraria creata a tavolino per ragioni dinastiche e politiche.


Tuttavia vi era qualche possibile contatto? I Ligures avevano sviluppato, verso il XVIII secolo AC, i porti liguri poi romanizzati come Ianua, Alba Intimilia (Ventimiglia) e Alba Ingauna (Albenga). Il termine Alba, che torna anche in Alba delle Langhe, significa "altura" in ambito celtico (cui si sovrappone il significato di "bianca" in latino, che aveva un valore beneaugurale per i romani). 

Verso il X secolo AC questi porti vennero lambiti dai commerci fenici e dai greci di Naucrati, la colonia commerciale greca presso gli Egizi. Nelle tombe monumentali dei capi guerrieri liguri (sia sulla costa che nell'entroterra piemontese) gli archeologi hanno rinvenuto piccoli oggetti esotici provenienti dal bacino del Mediterraneo orientale. Tra questi figurano amuleti a forma di scarabeo egizio, perle in pasta di vetro fenicia e piccoli vasi in alabastro mediorientale

Quindi il contatto con l'Egitto era ipotetico e mediato con ogni certezza dai greci o dai Fenici, dato che gli egizi non praticavano il commercio marino. Appare al limite più probabile un influsso dei culti fenici, ancora più antichi di quelli egizi in quanto connessi con la religione primordiale sumera, la prima ad avere dei con nomi e fonti scritte. El, Baal, Melquart, sono tutte divinità solari dall'aspetto taurino. Curiosamente, anche nell'esoterismo torinese “moderno” il rimando è più ai fenici-mesopotamici che agli egizi, tramite la statua di Moloch (ovvero di Baal: “moloch” è il nome assegnato al tipo di sacrificio) di Cabiria (1914) di Pastrone e D'Annunzio, posta al centro della Mole antonelliana come Museo del Cinema, o per chi vuole come gigantesca ziggurath della città.

La
Mole doveva sorgere come tempio ebraico post-1848 (con la libertà di culto dello Statuto), poi gli ebrei vi rinunciarono per non irritare i cattolici e post-1861 avrebbe dovuto divenire museo - tempio massonico - del Risorgimento; infine divenne il tempio del cinema, che era precocemente avviato in Piemonte nell'anno stesso dei primi esperimenti dei Lumiere (1895).


I Fenici, i Cartaginesi e i popoli mesopotamici erano biblicamente associati all'idolatria più efferata, a Moloch, a Baal e, soprattutto, al peccato imperdonabile dei sacrifici umani di fanciulli (il fuoco del Tophet).

 L'Egitto, al contrario, pur essendo pagano, godeva nel Rinascimento di un'aura di immensa saggezza filosofica e scientifica (grazie alla riscoperta dei testi di Ermete Trismegisto e del Corpus Hermeticum). 

L'Egitto incarnava una magia "alta", solare, geometrica e accettabile per le corti europee. I Savoia compresero che era politicamente e moralmente impossibile dichiararsi eredi dei culti fenici del sacrificio umano; invece gli egizi rappresentavano un modello molto ambito di divinizzazione diretta del sovrano, che otteneva così il massimo potere, e un modello piu' antico del potere papale e romano (che i Savoia dovevano simbolicamente sfidare).

L'idolo egizio Api (il toro sacro) era quindi il perfetto sostituto del Toro celtico o fenicio: manteneva il legame con il totem del Toro dei Taurini, ma veniva ripulito da ogni ombra di sacrificio cruento. Inoltre, come abbiamo detto e come vedremo, anche i romani avevano favorito la diffusione al limite di culti egizi, da sposare sincreticamente con quelli celtici, e non certo quelli fenici, il culto del "grande nemico cartaginese".


Il mito egizio è quindi probabilmente spurio. Per legittimare la scelta e nobilitare la nuova capitale (decisa nel 1563-1566) agli occhi delle altre corti europee si decise di recuperare il mito egizio, più antico di quello di Roma, che Torino doveva simbolicamente superare per sfidare l'egemonia pontificia sulla penisola. Durante i lavori per la costruzione della cittadella a cinque stelle di Torino, si rinvenne nel 1567 una lapide consacrata a Iside.


Il duca Emanuele Filiberto ("Testa di Ferro") era nato a Chambéry l'8 luglio 1528. Pingone, nella sua opera Augusta Taurinorum (1577), scelse scientificamente di datare l'arrivo del principe egizio Eridano/Fetonte al 1528 a.C. (in piena XVIII dinastia egizia).

Non si tratta di un errore o di una coincidenza, ma di un raffinatissimo specchio temporale (simmetria speculare ac/dc) volto a creare un legame cosmico. Emanuele Filiberto non era un duca qualunque, ma la reincarnazione spirituale o il legittimo successore cosmico di Fetonte. Il duca era nato per riportare la capitale nel luogo consacrato dal principe egizio oltre tremila anni prima.


Le tracce egizie a Torino non sono dunque false, ma si legano alla “moda egizia” sorta dopo che Augusto aveva sconfitto Antonio e Cleopatra ad Azio (30 AC). La città d'Industria, sul Monteu de Po, presentava un imponente tempio di Iside e Serapide, risalente al II secolo d.C.


Nel 1628 Carlo Emanuele, per consolidare il mito, comprò dai Gonzaga la Mensa Isiaca, il più importante reperto egizio rinascimentale. Ritrovata misteriosamente nel sacco di Roma del 1527 (l'anno prima della nascita di Emanuele Filiberto), essa era stata acquisita prima dall'umanista Pietro Bembo, il massimo umanista dell'epoca, e poi il figlio Torquato la vendette ai Gonzaga (che anche le teorie del “priorato di Sion” vedono in questa fase come fulcro dell'esoterismo rinascimentale): nel 1591 è attestata nelle loro collezioni.

La tavola risale al I secolo d.C., probabilmente destinata all'Iseo Campense, il grande tempio di Iside a Roma. Essa contiene tre registri sovrapposti, con al centro iside. I geroglifici sono solo decorativi. Athanasius Kircher offrì una interpretazione falsa ma affascinante nell'Oedipus Aegyptiacus (1652-54), successivo all'acquisto sabaudo, dove Mondro Superno, Mondo Celeste e Mondo Sublunare convinvono equilibrati da Iside, la Luna e il moto cosmico, la dea madre del cosmo, tramite l'elemento accomunante del Mundus Archetipus. La mensa isiaca dimostrava per Kircher la religione naturale, la prisca religio e come essa contenesse già i principi cattolici.

Il mito venne poi ripreso, ampliato e istituzionalizzato nel 1679 dal fossanese Emanuele Tesauro, sulla scorta di Kircher, sconfessato poi, nel 1824, da Champollion anche grazie alla sua visita a Torino (“La via per Menfi passa da Torino"). Umberto Eco, "ironicamente" (ma forse non troppo) nel Pendolo di Foucault asserisce che Champollion opera per "cancellare" il valore esoterico dei geroglifici all'interno del grande piano, per trasformarlo in un segreto esoterico.

IL MITO DI FETONTE

Il mito classico di Fetonte era sorto nell'VIII secolo AC e nel V secolo Eschilo con le Eliadi e Euripide col Pheaton del 420 AC fissano i temi della catastrofe cosmica e della trasmutazione delle sorelle in Pioppi. L'Eridanus appare nel IV secolo AC e dal III diviene certa l'associazione col Po, così come il mito della caduta nel Po, scritta da Polibio e Diodoro Siculo. Sotto Augusto, nelle Metaforfosi, è Ovidio a consolidare il mito. La rielaborazione medioevale passa dalla triplice citazione di Fetonte nella commedia dantesca, una per cantica, tracciando un parallelo tra il fallimento del folle volo di Fetonte e la riuscita di quello di Dante (a differenza di altri segnati da hybris, da Ulisse a Icaro allo stesso Lucifero). Già nell'Ovidio Moralizzato del XII secolo si teorizzava Fetonte come allegoria di Adamo, Lucifero o del Cattivo Governante. Già nel Convivio del 1305 Dante aveva parlato di Fetonte connettendolo ai Pitagorici e come spiegazione del piegamento dell'Eclittica.

La caduta di Fetonte spiegava anche eziologicamente il fenomeno della precessione degli equinozi, che gli antichi avevano scoperto: il sole sorgeva inizialmente ad aprile con la costellazione del Toro, ma ogni duemila anni circa si va a produrre il passaggio a un nuovo segno zodiacale: una alterazione dell’equilibrio originario che si collega alla rottura della Lancia Assiale, perno del cosmo, dopo lo schianto del Carro del Sole (che nel Timeo di Platone viene anche connesso alla caduta di un meteorite sacro).

È a partire da tale tradizione che Torino gode del suo ruolo di riconosciuta capitale occulta mondiale, vertice sia del “triangolo bianco” con Lione e Praga, sia del “triangolo nero” con Londra e San Francisco.

La tradizione occultistica fa risalire l’origine esoterica di Torino agli egizi; gli studi più recenti, meno fantasiosamente, la ascrivono dunque ai celto-liguri, mentre la matrice egizia potrebbe esservi giunta con la dominazione romana (e coprire, in varie fasi, elementi fenici sovrapposti). In ogni caso, tutte le tradizioni ermetiche antiche sono accomunate dall’idea che la terra e il cielo siano percorse da linee di energia di segno opposto, benefiche e distruttive, “bianche” e “nere”, e che sia possibile per il mago catalizzare tali energie attraverso costruzioni architettoniche in modo da convertirle concretamente in energia, fisica oppure psichica. Gli antichi concordano anche nel ritenere che l’apice di tale energia magica sia ottenibile fondendo insieme due correnti di segno opposto, come avverrebbe ad esempio in Torino.


MONDOVI' COME IEROGAMIA MONTUOSA




È probabile inoltre che l’area attorno a Mondovì fosse particolarmente rilevante per i celtoliguri sotto un profilo magico-sacrale: difatti, il monregalese è ancor oggi fra le tre principali zone carsiche d’Europa1, e i sotterranei erano ritenuti dai celti il luogo magico per eccellenza, ideali per catalizzare le correnti terrestri.

Il centro, come oppidum celtoligure fortificato, sorge probabilmente tra V e IV secolo a.C.



A Briaglia, nei pressi di Vico2 , esisteva addirittura un cromlech, un cerchio magico di menhir, scoperto nel 1969 dall’archeologo alessandrino Ettore Janigro D’Aquino, un tipo di tempio che sorgeva appunto sull’incrocio fra due linee di energia terrestre. L’ipotesi della loro esistenza appare confortata dalla presenza nel cromlech di Briaglia di una ierogamia scultorea tra una statua di una enorme mammella, simbolo della Dea Madre3 (la linea bianca), e una raffigurante la testa del Dio Toro4 (la linea nera). È quindi possibile che il fiume di Mondovì, l’Ellero, fosse identificato con uno di queste linee di energia o ley.


Difatti uno storico locale del ‘700, il canonico Pietro Nallino, ha ritrovato lungo il suo corso numerose “steli” dedicate alla dea Diana, frequente romanizzazione della Dea Madre, ed ha ipotizzato la presenza nella zona di un culto di Amazzoni5, sacerdotesse celtoliguri a lei devote, con un loro tempio nel boschetto della Nova, antica parrocchiale di Mondovì Breo6. Questo farebbe ipotizzare che l’Ellero coincida con un ley bianco e femminile, con poteri curativi.


È significativo poi notare che da Mondovì si coglie la più importante ierogamia montuosa piemontese, celebrata nel detto popolare cuneese per cui “Il Monviso sposa la Bisalta”7. Infatti, osservando il tramonto dalla collina, al solstizio di Inverno si vede il sole scendere tra i due corni della Bisalta, montagna locale che prende il suo nome appunto da bis alta, “due volte alta”; mentre in quello di Estate ciò avviene sulla punta del Monviso. Questa importante osservazione astronomica potrebbe aver reso la collina di Mondovì un luogo sacro di prima importanza nei culti magici dei celti, che assegnavano all’astrologia un ruolo fondamentale. Il ruolo di montagna sacra della Bisalta è poi confermato dall’attribuzione popolare di fenomeni di materializzazione dell’energia come fulmini a ciel sereno, globi luminosi e simili, oltre che da numerosi menhir, graffiti e sculture raffiguranti una divinità cornuta rinvenuti in loco8.


Notiamo tra l’altro che la linea immaginaria che unisce Mondovì alla Bisalta si sovrappone all’incirca all’ipotetico ley dell’Ellero, confermando l’idea che in questa direzione passasse un ley bianco basato su un allineamento celeste. Di conseguenza, è ragionevole ipotizzare che il ley nero di Mondovì corrisponda all’altro principale allineamento astrologico dei celti: quello formato dall’asse dell’apparente rotazione dei cieli, che i celti identificavano con la mitica Lancia di Logh, il loro dio della Luce.


Numerosi siti del monregalese appaiono infatti allineati sull’asse terrestre: partendo da Sud incontriamo infatti le grotte di Bossea, il più vasto complesso speleologico della zona; salendo a Nord troviamo Augusta Bagiennorum, la capitale dei Bagienni in età romana, e poco più su troviamo l’attuale Bra, vicino all’antica Pollentia. Ma se saliamo ancora più su, la linea passa poi sorprendentemente vicina a Torino. Si totalizzano così cinque luoghi sacri celtici (Bossea, Mondovì, Benevagienna, Pollentia, Torino) approssimativamente allineati all’antica Lancia Assiale che passa per Mondovì.

1 Aa.Vv., Guida di Mondovì, Comune di Mondovì 2002

2 Piero Pollino, Guida di Mondovì, Rinaldo Editore (Ivrea) 1983, p. 77

3 Bruno Vallepiano, Mondovì e le sue valli, L’Arciere (Cuneo) 1998, p. 23 e seg.

4 Ettore Janigro D’Aquino in Cuneo Provincia Granda N.1, Anno XXI, Aprile 1972

5 Pietro Nallino, Il corso del fiume Ellero, Mondovì 1798

6 Amedeo Michelotti, Storia di Mondovì, Mondino 1920, p. 38

7 Piero Barale, Mario Codebò, Investigazione archeoastronomica sull’incisione in Val Camonica vicini al Capitello dei Due Pini, 1999

8 Giuseppe Veneziano su Circolare ALSSA n. 1 – Maggio 2001



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